Primo Maggio con Vogliamo tutto

Primo Maggio con Vogliamo tutto

Primo Maggio con Vogliamo tutto

Rileggere Vogliamo Tutto di Nanni Balestrini 50 anni dopo

Recensione di Gian Paolo Manzella

 

Quest’anno ricorrono i cinquant’anni dalla pubblicazione di Vogliamo tutto, il libro di Nanni Balestrini – pubblicato, appunto, nel 1971, a ridosso dell’ “Autunno caldo”. Uno scritto che, lo si può ben dire, ha lasciato il segno nella letteratura e nella società dell’ultima parte del Novecento italiano. Prima di tutto perché, per molti versi è entrato nel nostro immaginario nazionale. A partire dal titolo - e tutto quello da cui esso nasce e che esso rappresenta - divenuto una espressione quasi ‘gergale’ per descrivere questo preciso passaggio del nostro Paese e un altrettanto preciso atteggiamento culturale. Poi per il suo stile letterario ‘di rottura’ e per le tecniche con cui è stato redatto – con le registrazioni delle voci degli operai all’uscita dalla fabbrica e la loro ricomposizione da parte dell’autore – che ne fanno, ancora oggi, un esempio emblematico di avanguardia letteraria e, insieme, di testimonianza in presa diretta di un’epoca. E, infine, per le profonde conseguenze e ‘influenze’ che Vogliamo tutto ha avuto nella politica e nella società italiane, specialmente negli anni immediatamente successivi alla sua pubblicazione.

E, come fanno i libri che lasciano il segno, Vogliamo tutto  apre diverse prospettive di lettura. Tra queste quella meridionalista: che compare, subito come tema dominante, sin dalle prime linee del libro. Rileggiamole: “Nel sud erano già dieci, quindici anni che era cominciato l'Intervento Cassa, le nuove industrie, la campagna che deve essere industrializzata”. Il riferimento, evidente, è alla legge n. 634 del 1957 con cui, a sette anni dalla sua istituzione, si decideva di ampliare una prima volta il mandato della Cassa e muoverne l’operatività dall’esclusivo sostegno alle infrastrutture a quello all’industria: sia nelle forme del supporto ai nuclei industriali, sia dei contributi alle imprese. Una scelta, ribadita in successivi interventi normativi, guidata da motivazioni profonde: già quei primi anni di operatività della Cassa avevano mostrato l’insufficienza della sola prospettiva agraria per la crescita del Mezzogiorno e, d’altra parte, che le sole infrastrutture non avrebbero garantito l’attivarsi di dinamiche di investimento privato.

Ed in fondo il leit motiv del libro è già tutto qui, in questa prima frase, che lo rivela imperniato sul dualismo agricoltura-industria e su quelli che ad esso stanno immediatamente dietro e che l’autore svela progressivamente nelle pagine che seguono: quello tra campagna e città; quello tra Nord e Sud; quello tra la cultura agraria dei ‘pommarolari’ e quella tecnocratica dell’impresa settentrionale; quella tra “padroni” e operai; quella, al fondo, tra cultura di sistema ed antisistema.

Dualismi e incomprensioni che nascono, per quanto riguarda il protagonista, sin dalla scelta delle scuole. I genitori contadini – il padre ‘fa le canne nella Pianura’ per l’industria del pomodoro - scelgono per il figlio l’istituto professionale, senza veramente capire cosa sia, ma con la prospettiva e l’ambizione di far diventare Alfonso un “capo operaio, un capo reparto” nell'industria che si sarebbe fatta nel Mezzogiorno. E la prima delusione del protagonista è proprio in quel momento, quando, finite le scuole, capisce che i datori di lavoro di quel territorio cercano persone con esperienze sul campo e non uscite da scuole inutili, “che servivano solo a dare il posto ai bidelli, ai presidi, ai professori disoccupati”. Il diploma di elettrauto non gli serve, dunque, ma l’industria è comunque il suo destino se non vuole ammettere di aver sprecato il suo tempo. E così dopo una prima esperienza nell’attività principe del territorio, la raccolta di pomodori, il suo primo impiego è alla Ideal Standard, una multinazionale arrivata al Sud proprio grazie ai contributi della Cassa. È in quegli anni che si forma il suo immaginario a partire dai racconti dei compaesani migrati al nord (e nei loro esempi di ‘piccola opulenza’, come il matrimonio ‘al paese’ del conoscente Rocco, che ha fatto fortuna a Milano vendendo fiori), nel miraggio di soldi facili, dell’acquisto di prodotti come la lambretta e i blue jeans, di libertà come quelle di una ‘cultura’ settentrionale in cui c'erano i “giornali con le donne”.

Parte da qui l’inevitabile decisione di partire, su un treno stipato in ogni ordine di posti di famiglie e lavoratori alla ricerca di fortuna in quella che è considerata, oggi, la seconda ondata di migrazione della metà degli anni '60. Ed è proprio qui, lasciato il Sud, che Vogliamo tutto entra in un’altra dimensione, quella del racconto di come Alfonso affronta questa esperienza di vita nelle diverse città settentrionali in cui abita, di come si snoda l'incontro tra l’Italia del mondo agricolo dei pomodori della valle del Sele e quella, del mondo dell’impresa del Nord - prima di Milano e poi di una ‘meticcia’ Torino (“Perché cosa è Torino, se non una città del Sud”) – che è in decisa via di americanizzazione, con il diffondersi di metodi di valutazione piscoattitudinali per la valutazione del personale e di principi di organizzazione tayloristica per migliorare la produzione.

È un incontro ‘culturale’ che ha luogo in un momento topico della storia economica italiana del Novecento. Il boom economico è agli sgoccioli, lo slancio della programmazione è esaurito, l’amministrazione pubblica di dimostra sempre più inadeguata alle sfide della modernità, il Paese è in difficoltà nel reagire ad una concorrenza internazionale sempre più aggressiva. E in assenza di un quadro di politica industriale che affronti i nodi della competitività italiana, la risposta dell'industria è un aumento della produttività, la velocizzazione dei tempi di lavoro: ‘il padrone’ spinge, insomma, sull’acceleratore. Ed è qui il punto di rottura. Perché per ragioni economiche e culturali le maestranze della seconda metà degli anni Sessanta non sono più disponibili ad adattarsi alle esigenze della produzione come avevano fatto sino ad allora. Ed è proprio qui - in questo tornante della vicenda italiana in cui sono espliciti i fermenti da Rebeliòn de las masas - che Alfonso arriva al Nord. Ed è così quasi inevitabilmente che sceglie la strada della rivolta, portando dentro la fabbrica tutto il disordine del suo privato: i suoi insoddisfatti avanti e indietro con il Sud per ‘fare i bagni’ dopo le delusioni di ognuno dei lavori che tenta; il suo spendere i soldi invece di risparmiarli, come fa, invece, il suo compagno di casa lucano, capace alla fine di comprarsi una macchina; il suo passare le sere nei bar della Milano di Brera cercando, inutilmente, di sentirsi come gli altri ed uscendone confermato nella sua condizione di marginalità. Comportamenti che Alfonso riflette nel mondo del lavoro: con il mancato rispetto degli orari - come all’Alemagna, dove arriva in ritardo perché sta leggendo Diabolik; con la continua insubordinazione alla gerarchia dell’organizzazione sin dal suo primo impiego all’Ideal Standard e le continue sfide a capi che lo vogliono licenziare; con la sua richiesta di retribuzioni e liquidazioni giocando sul filo del diritto e dell'opportunismo; con il suo progressivo irridere sindacati e partiti e il suo voler far da solo in questa battaglia contro il sistema.

Sono queste caratteristiche a farne ‘l'uomo del tempo’ quando arriva a lavorare alla Fiat di Mirafiori, l’emblema per eccellenza di quel particolare capitalismo italiano, di un padronato lontano, lontanissimo dai lavoratori e dalle loro esigenze, di catene di montaggio in cui uomo e macchina convivono con difficoltà. Qui il suo incontenibile ribellismo e il suo coraggio fanno proseliti e Alfonso finisce con l’essere la scintilla che fa esplodere prima Mirafiori e poi tutto l’universo Fiat attorno alla richiesta di “volere il potere”. Non più, quindi, la richiesta di un salario più alto e meno legato alle prestazioni del dipendente, ma un’ambizione diversa, che segna un salto di qualità nella lotta sindacale e scompagina alle fondamenta il ruolo del sindacato tradizionale. Un passaggio fondamentale del libro, che fa sentire le ragioni per la scelta autonoma nelle fabbriche e intravedere gli ‘spiriti’ che avrebbero accompagnato la storia italiana negli anni successivi. Anche qui il disordine che porta Alfonso ‘nel’ sistema è massimo: dentro e fuori alla fabbrica. Emblematico quello dello “sciopero a singhiozzo”, un vero e proprio sfregio alla cultura dell’organizzazione che permea la Fiat, ai principi di attività ispirati al lavoro di Frederick Taylor, all’esigenza di concatenazione perfetta delle azioni di persone e macchine. Un disordine che è anche esterno alla fabbrica e che si trova plasticamente riflesso nella Torino del 3 luglio del 1969, nel mezzo di bombe molotov e lacrimogeni, in scontri violenti tra la polizia e i lavoratori, in aggressioni delle forze dell’ordine alla popolazione civile scesa in strada a sostegno dei lavoratori, in rastrellamenti effettuati casa per casa.

Ed è proprio qui, in questa disordinata confusione di ruoli, che termina questo ‘viaggio italiano’ partito solo pochi anni prima nella Campania rurale. Finisce sul tetto di una casa di Nichelino, con Alfonso rimasto senza una scarpa, con pochi compagni di fuga dopo gli scontri con i carabinieri. Una chiusura che dà il senso - per molti versi anticipatore - di quel che sarebbe accaduto negli anni successivi alla questione operaia, alle dinamiche delle relazioni industriali. Ed è il senso del ritorno da un viaggio in cui ci si era immersi con vaghi idealismi di trasformazione e con giovanile energia e da cui si esce malinconici e sconfitti: “Era l’alba quasi, c’era il sole che stava venendo su. Eravamo stanchissimi, sfiniti. Per adesso bastava. Scendemmo giù e ce ne ritornammo a casa”.

Uscendo dalla lettura del libro, quel che rimane è il sentimento di un Meridione completamente trasformato rispetto a quello raccontato in Vogliamo tutto. Certo quello di oggi è un Sud che ha ancora tutte le sue contraddizioni e che mostra tutte le proprie fragilità in trasformazioni internazionali sempre più profonde. Oggi più che mai è, però, un territorio a ‘macchie di leopardo’, con aree di eccellenza nell’impresa, nella scuola, nell’accademia. Il decisore pubblico deve aiutarle a crescere, investendo nelle infrastrutture e nella ricerca, mettendo in rete le esperienze e facendo dialogare i diversi mondi, definendo efficaci politiche per la competitività e l’inclusione, curandone l’attuazione con spietata attenzione ai risultati. Il tutto tenendo fermo lo sguardo sulla stella polare europea. Ecco, l’Europa. Nel libro di Nanni Balestrini non è mai nominata come protagonista dello sviluppo, ma solo - di riflesso e nella pagina iniziale - come terra di destinazione dell’emigrazione. Un richiamo vago, ad una realtà geografica lontana dal Mezzogiorno: poi più nulla. Ed è così che tutta la vicenda di Vogliamo tutto si esaurisce dentro la dimensione nazionale, secondo schemi antichi e chiusi, in cui politica e amministrazione sono inevitabilmente sinonimi di clientelismo. E non è un caso, invece, che sia proprio in quegli anni, in risposta alle crisi che attraversavano molti territori europei, che nasceva a Bruxelles una politica regionale: quella che in pochi anni sarebbe divenuta la politica di coesione economica, sociale e territoriale. Ecco, oggi questo libro senza un riferimento diverso all’Europa, senza una consapevolezza, anche critica, dei Fondi europei e della loro azione, del loro contributo al cambiamento dell’impresa e del mondo del lavoro meridionale (e non solo), non potrebbe essere stato scritto. L’Europa è oggi presente in modo molto diverso nel Mezzogiorno. E non è un risultato da poco di questi cinquant’anni.

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