Nella fine è l'inizio: in che mondo vivremo

Nella fine è l'inizio: in che mondo vivremo

Nella fine è l’inizio: in che mondo vivremo

Pubblichiamo una recensione del Consigliere d'Amministrazione SVIMEZ Gian Paolo Manzella al libro di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, Nella fine è l’inizio: in che mondo vivremo, Il Mulino, Bologna, 2020, 178 pagine.

 

"Quello di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti – professori all’Università Cattolica di Milano - è un libro ricco. Ricco di spunti, di citazioni ‘intelligenti’, di analisi e osservazioni prese da discipline diverse. E, soprattutto, è un libro ricco perché arriva al momento giusto. Proprio mentre siamo dentro alla pandemia, in quello “spaesamento psichico” che è proprio dell’“emergenza”, questo volume riesce, infatti, a fare una delle cose più difficili: dare delle coordinate di lettura di quello che ci sta accadendo e, subito dopo, indicare una direzione possibile per l“inizio” che ci attende. Perché è proprio in questo passaggio così radicale - in questa “declassificazione anomica”, che porta via con sé credenze e statu quo - che si aprono, improvvise, le porte del cambiamento (ed in questo, l’affermarsi dello smart working e della torsione istituzionale dell’Unione europea sono due ottimi esempi della forza delle prospettive aperte dalla pandemia). Il volume tenta di indicare questa strada di cambiamento, disegnandola attorno a cinque parole chiave del nostro futuro: resilienza, interindipendenza, responsività, cura, protensione. Parole che gli autori ci presentano come epifanie di condizioni nuove che debbono portarci a riflessioni e reazioni altrettanto nuove. La resilienza, la prima delle parole scelta da Giaccardi e Magatti, a “correre il rischio” di cambiare il nostro modo di pensare e a sperimentare nuove soluzioni: nel modo di vivere, di produrre, di formarci, di ‘fare amministrazione’. Ad andare, insomma, alla radice della parola, quel resalio con cui i latini descrivevano barche che nella tempesta facevano il giro di chiglia e tornavano sull’asse. Ma fatte irrimediabilmente diverse, trasformate, da quella esperienza. L’interindipendenza, termine di Raimon Panikkar, serve, prima di tutto, a superare alcuni binomi ai quali eravamo abituati: quello tra connessione e confinamento, che è stato ‘spiazzato’ nelle nostre vite con la pandemia, e quello globalizzazione-localismo, “i due contendenti degli ultimi anni” (p. 66). Il futuro va quindi affrontato cogliendo “la interconnessione di persone, gruppi, organizzazioni, paesi che, senza perdere la propria singolarità, non possono però separare i propri destini gli uni dagli altri” (p. 70). Dobbiamo avere ben chiaro che da oggi siamo tutti un po’ più stakeholders, insomma: ognuno responsabile della complessità del tessuto di cui è parte. La responsività è l’unica via di uscita al “capitalismo della sorveglianza” che può avere da questa pandemia fortissimo impulso, sospinto dal trade off tra salute e privacy e dall’affermarsi di quello che Naomi Klein ha chiamato lo screen New Deal. E’ qui – in quel “radicamento nel legame che ci unisce”, che è il quid proprio della responsività - che va cercata una possibile ricomposizione tra libertà e sicurezza. E non è un concetto astratto: tutt’altro. È proprio accanto a noi. È il radicamento nel legame dei medici che “hanno accettato di buon grado di correre il rischio di stare in prima linea con ritmi di lavoro massacranti, ben al di là dei dover contrattuali” e, insieme, quello di forze dell’ordine, imprenditori, lavoratori, giornalisti, insegnanti che “si sono sentiti parte di uno sforzo comune, una comunità di destino capace di trascendere ogni singolo io” (p. 99). Quando la pandemia ha mostrato tutta la nostra fragilità e con essa anche quella di una tecnica che non è invincibile e di una crescita che non è più insostituibile, la cura appare mai come prima necessaria. Solo la cura può permetterci, infatti, di gestire questa fragilità e non dimenticarla o penalizzarla: affrontando in forme diverse la questione dell’anzianità, quella dei giovani, quella di diseguaglianze che minano alle fondamenta le nostre società. “Non si tratta di tessere l’elogio della fragilità. Si tratta semplicemente di non rimuoverla” (p. 130): una prospettiva che significa, sul piano delle policy, ampliare l’accesso. Dalla sanità territoriale sino alle possibilità di realizzazione individuale nei diversi ambiti della vita. C’è, infine, la protensione – e, cioè, la capacità positiva di proiettarsi in avanti – a permetterci di affrontare il senso di angoscia e di insicurezza legate al trauma che abbiamo vissuto e che ha rivelato la fragilità complessiva su cui eravamo seduti, spesso incuranti. Un atteggiamento che significa lavorare per “restituire ai soggetti coinvolti dei punti di riferimento sufficientemente saldi per poter gestire l’ansia e tornare un po’ alla volta a credere che l’ingaggio con la realtà sia ancora possibile. Che ne valga la pena” (p. 162). Una condizione che ha bisogno di tre elementi per radicarsi nella cittadinanza: la prospettiva, la solidarietà, l’autorità. Sono parole-guida che ci indicano punti sui quali intervenire per un “inizio” – molto diverso dall’abusata e ‘non trasformativa’ ripartenza – che vede un ruolo molto chiaro della politica. L’azione pubblica, che in questo momento di difficoltà “ha riconquistato la ribalta” (p. 64), è chiamata, infatti,  ad una “entusiasmante stagione di innovazione istituzionale” (p. 170). Il compito è proprio quello di dare una visione nuova, che tenga presenti gli elementi emersi con la pandemia, che faccia della partecipazione e dell’accesso parole piene di significato. E, insieme, una politica che abbia una capacità di elaborazione ed attuazione capace di ricostruire il ‘senso’ di appartenenza nella cittadinanza, si proponga l’obiettivo di affrontare un cambiamento che è pubblico e privato. Con questo orizzonte di azione il libro lascia al lettore – chiunque egli sia - una sensazione di precisa responsabilità. Quella di trasformare la pandemia in cui siamo immersi in una “catastrofe vitale” – secondo la bella espressione di Ernesto De Martino. Un obiettivo che ha bisogno del contributo di ognuno. Ognuno deve, infatti, abbandonare modi di vedere e consolidate abitudini e nuotare nel mare del rischio. È proprio qui, nella capacità di mettere in campo uno “spirito trasformativo”, che è l’unica possibilità di avviare un nuovo ciclo storico. Siamo, insomma, ad un bivio. Analogo a quelli aperti all’Europa dopo i due conflitti mondiali del secolo scorso. Nel primo dopoguerra si scelse la strada sbagliata – quella delle restituzioni belliche e dell’acuirsi dei nazionalismi - e ci portò ai totalitarismi; nel secondo si scelse, invece, la strada della collaborazione e dell’investimento, quella della speranza nel senso Haveliano: “la certezza che quella cosa ha un senso, indipendentemente da come andrà a finire”. Questo, in fondo, il passaggio davanti a noi, qui il kairós del nostro tempo. Dobbiamo averlo presente, quotidianamente, come guida delle nostre azioni: individuali e collettive. E, in questo, il libro di Giaccardi e Magatti è, sicuramente, un aiuto.

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