Le divisioni a sinistra

Le divisioni a sinistra

Le divisioni a sinistra

Il Consigliere d'Amministrazione SVIMEZ Gian Paolo Manzella ha recensito l’ultimo libro di Paolo Pombeni, Sinistre: un secolo di divisioni, Il Mulino, Bologna, 2021, p. 186. Il volume si colloca con molta originalità tra le pubblicazioni in occasione del centenario del Congresso di Livorno e riscrive lungo l’asse massimalismo-riformismo la storia italiana degli ultimi cento anni. E lo fa con una prospettiva ampia, che colloca le vicende politicistiche in quelle politiche, quelle italiane in quelle del mondo. E che, alla fine, restituisce il senso di una vicenda solo apparentemente del passato e, in realtà, ben presente nei linguaggi e nelle dinamiche della scena politica del secolo delle sinistre italiane, sino ad oggi. Ed il tutto emerge anche dall’organizzazione dello scritto, articolato in capitoli che toccano i punti di svolta cruciali di questa vicenda centenaria. Partendo, appunto, da quello del Congresso di Livorno del 1921 – il Congresso dei due Teatri - che, fatto unico nella storia delle scissioni, vede la fortuna della minoranza che la promuove. Una scissione che Pombeni sottrae alla semplificazione situazionistica dell’infatuazione bolscevica e colloca, invece, in una vicenda ‘lunga’, fatta dell’appoggio di Turati a Giolitti nel 1900, di programmi ‘massimo’ e ‘minimo’ della Sinistra, delle implicazioni della riflessione internazionale sulla collocazione rispetto a governi borghesi. E, proprio per questo, di confronti ed espulsioni come quella di Leonida Bissolati al congresso di Reggio Emilia; lo stesso in cui Mussolini divenne direttore dell’Avanti e in cui il riformismo diventò ufficialmente la ‘bestia nera’ dei socialisti. Il secondo turning point individuato da Pombeni si colloca nel passaggio dal socialfascismo al Fronte popolare, quello che matura durante gli anni del fascismo, in un clima in cui le urgenze della guerra e l’immediatezza violenta delle dittature appaiono l’unico metro su cui misurare tesi e contrasti sino ad allora divisivi e che portano ad un nuovo dialogo tra socialisti e comunisti. Sono qui le basi della terza fase, quella dell’avvicinarsi alla ‘democrazia progressiva’, in cui, guardando alla Francia come nel periodo precedente si guardava alla Germania, comincia a profilarsi l’incontro della sinistra di classe con la sinistra cattolica. Un tempo di intellettuali impegnati, di marxismo come “eresia cristiana” (Maritain) o con “anima di verità” (Mounier). Ed anche di nazionalismi ‘di sinistra’, che sfociarono in Francia nel “Discorso della mano tesa” e in Italia in quell’appello “ai fratelli in camicia nera” che, pubblicato su ‘Stato operaio’, doveva essere abbandonato un anno dopo su impulso dello stesso Togliatti. Un impasto di elementi che scava sino ad arrivare alla presa di posizione del ‘Compagno Ercoli’ a Salerno, alla affermazione, appunto, della “democrazia progressiva” e, finalmente, al lavoro in Assemblea Costituente dove, attorno alla scelta di una Carta programmatica rispetto ad una di soli diritti, si forma una convergenza tra Moro, La Pira, Dossetti e Togliatti e, in definitiva, si avvia “una ridefinizione del rapporto tra massimalismo e riformismo”(p. 67). È una tregua che dura poco. Il capitolo 4, dedicato alla fase della guerra fredda, fa i conti prima con l’emarginazione dal governo di PSI e PCI, poi con la fondazione del PSDI e, soprattutto, con l’impatto sulla vicenda nazionale di quel che accade nella dimensione internazionale. Prima con la ‘scomunica’ sovietica degli esperimenti di Fronte Popolare in diversi Stati europei e poi con gli effetti dei ‘Fatti di Ungheria’ sulle comunità socialista e comunista. Fatti che, in assenza di una Bad Godesberg italiana, riaprono il solco e obbligano ad una strada alternativa. È qui, pur con i sospetti e le cautele che ognuno doveva ai suoi mondi di riferimento, il riavvio delle riflessioni sulla “apertura a sinistra”, con l’individuazione della programmazione come terreno comune sul quale far incontrare la tradizione socialista e quella cattolica. Uno sviluppo cui fa da contraltare l’arroccamento del PCI in un antisocialismo i cui effetti esalarono a lungo. Sino, almeno, alla fase della solidarietà nazionale - cui è dedicato il capitolo sesto - che immerge la sinistra in un mondo in cambiamento. La trasformazione parte, infatti, dai grandi scenari internazionali - che vedono l’avvento e la tragedia di Kennedy e l’influenza su leader socialisti come Willy Brandt e Harold Wilson – e trova un punto di snodo negli esiti del Concilio Vaticano II che porta all’affermarsi di pulsioni cattoliche innovative e che mettono in discussione l’automatico collateralismo con il partito dei cattolici. Vi è, infatti, una originalità italiana rispetto alle principali esperienze europee: quella del peso della Sinistra cattolica quale interlocutrice della/e Sinistra/e. Un dialogo - come visto - cominciato in sede costituente e che si era interrotto per poi riaprirsi in questa nuova fase. In parallelo, nel PCI sono anni di ridefinizione sull’asse massimalismo-riformismo: dallo scontro tra Giorgio Amendola e Pietro Ingrao sulla prospettiva politica sino agli scritti di Berlinguer sul Cile, in cui si individuava la necessità di larghe alleanze sociali e, al contempo, di un sistema di rapporti politici tale da favorire una convergenza e una collaborazione fra tutte le forze democratiche e popolari. Questi embrioni di sentire comune – radicati in una Costituzione ‘di sinistra’ e progressista che doveva essere liberata da  un’attuazione centrista – dovevano trovare il pieno sviluppo negli anni successivi, ma non senza difficoltà. Sono gli anni della sfida craxiana avviata nel 1976 e tutta improntata alla rivendicazione della capacità di interpretare la modernità (sino alla “Grande Riforma”), ad una revisione delle fondamenta ideologiche del PSI sottraendole al marxismo (il famoso collegamento con il lavoro di Proudhom), all’ambizione di una competizione ‘sulle idee’ che avveniva oramai su un doppio fronte. Il primo, la “contesa a sinistra”, con un PCI che faticosamente cambiava pelle dichiarando esaurita “la spinta propulsiva della rivoluzione di ottobre”, ma rimaneva intrappolato in battaglie di retroguardia come quelle contro l’istallazione dei missili a Comiso o il decreto di San Valentino con cui si tagliavano 4 punti di scala mobile. Il secondo, quello con la DC, che con la segreteria di Ciriaco De Mita cercava di riprendere un ruolo di “centrale politicamente propositiva” e che Craxi provava ad aggirare proprio nei rapporti con la Chiesa, con il protagonismo nel nuovo Concordato. Il tutto in anni tragici, in cui in una prima fase il massimalismo prendeva le forme della lotta armata – sino al disegno di stabilizzazione democratica di Moro interrotto dal suo assassinio politico - e che, sul piano internazionale, vedono le riforme promosse da Gorba?ëv in Unione Sovietica e la caduta del Muro, entrambi destinati a grandi ripercussioni a livello politico nazionale. Vengono, poi, gli anni a noi più vicini, in cui il confronto tra massimalismo e riformismo prende altre forme. Quelli del “neogiacobinismo” seguito a Tangentopoli, in cui la la politica si trasforma in una contrapposizione tra ‘angeli’ e ‘demoni’: tra magistratura e politica in una prima fase; e, poi, tra fautori ed avversari di un antiberlusconismo che si rivelava funzionale a riprendere “pulsioni ataviche” contro la corruzione e dissolutezza della ricchezza, l’indegnità morale che non consentiva di ricoprire cariche pubbliche; per terminare con la sconfitta di Walter Veltroni – non a caso alleato con Di Pietro, vero e proprio emblema del neogiacobinismo giudiziario – in cui si abbandona l’idea di un partito di sinistra ‘a vocazione maggioritaria’. Oggi siamo in un passaggio diverso. L’affermarsi di un movimento come i 5 Stelle, con una dialettica tutta improntata al massimalismo, ha incontrato un PD debole in una prima fase (o forse illuso dal ritenerlo ‘costola’ della sinistra) e poi, con un leader, Matteo Renzi, impegnato a “verniciare il riformismo con tinte massimaliste” (p. 177) attraverso un utilizzo di linguaggi massimalisti a coprire obiettivi riformisti: dalla “rottamazione” al “cronoprogramma”. Sino alle elezioni del 2018 in cui la Sinistra si “è trovata a fare i conti con una dimensione che univa populismo e demagogia, con sintesi ardite che spesso occhieggiavano a tesi storiche della sinistra”, uscendone sconfitta. Ed è da qui che si deve ripartire. Massimalismo e riformismo sono lenti che servono a leggere la nostra storia ma, insieme, anche il carattere e la condizione umane. Questa, al fondo, l’intuizione di questo volume che aiuta il lettore anche guardando al futuro, che ci riporta all’esigenza di un lavoro di rifondazione. Nelle ultime righe del volume, il Pombeni storico lascia, infatti, spazio al Pombeni cittadino impegnato, che indica l’inizio, per la Sinistra, di “un cammino difficile. Rifondare un sistema politico, sociale, economico e culturale dovrebbe essere la sfida più affascinante per il razionalismo di sinistra, quella consapevole di non essere l’incarnazione di un gioco intellettuale in cui il pensiero, o meglio la fantasia, crea l’esistente, ma il contenitore di un impegno concreto capace di unire il massimalismo di tutti gli obiettivi di giustizia e solidarietà con il duro spirito riformatore che sa procedere per tappe e tentativi senza mai presumere di rappresentare la Rivelazione che avanza, conscio com’è dell’esaltante, ma creativa, miseria esistenziale degli esseri umani”.

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