Kiton, la tradizione sartoriale del Sud

Kiton, la tradizione sartoriale del Sud

Kiton, la tradizione sartoriale del Sud

Sui prossimi numeri della Rivista Giuridica del Mezzogiorno (RGM) continua la sezione "Racconti di industria" per conoscere storia e prospettive del tessuto d'impresa meridionale. Anche il nuovo intervento di Giuseppe Lupo è tratto dalla serie "Officina Italia" in corso di pubblicazione sul Sole 24
ore. È dedicato alla storia di Kiton, un marchio che porta nel mondo la tradizione sartoriale e la creatività del nostro Mezzogiorno.

 

Quei sarti direttori d’orchestra con ago e filo (e niente forbici)

Sarà la luminosità che filtra dalla cupola a vetri e proietta l’ombra di un ottagono sul pavimento, ma di sicuro la hall dell’edificio dove si creano gli abiti Kiton trasmette a prima vista un rigore geometrico, una disciplina di linee che potrebbe entrare in un quadro di Piet Mondrian senza necessità di ritocchi. Ogni porta che vi si affaccia svolge una funzione cubista anche quando è nascosta dagli incroci di scale che portano agli uffici del piano superiore e tutto concorre a restituire un’atmosfera di elegante attesa, dove nulla sembra sottrarsi agli occhi di una scultura dalla sagoma di guardiano che somiglia al guerriero di Capestrano e sta al centro della scena, a presidiare l’ingresso della hall dai pericoli di un’aria prossima all’estate, un’aria coloniale. Le pareti sono intervallate da quadrati o rettangoli di intonaco bianco, chiusi da assi in legno sottili come cornici, e gli spazi vuoti sono occupati da teche abitate da pupazzi della Napoli popolare (ce n’è uno, che raffigura lo scartellato, con la gobba, l’ombrello, collane di aglio e di cornetti rossi) oppure da quadri di arte moderna, gouaches con macchie di colore, sculture adattate ai muri, foto giganti con volti in primo piano, come quella di Ciro Paone, l’ideatore e il fondatore di questa realtà imprenditoriale: un distinto signore in doppiopetto, camicia e cravatta, che guarda alla sua destra, mani in tasca, nella posa di un trasognato Humphrey Bogart mentre attraversa una piazza.

Non è l’unico suo ritratto fotografico che si incontra visitando la sartoria. Ce ne sono altri, disseminati nei corridoi, fra cui il più significativo è quello dove il volto di quest’uomo bravo e fortunato è accarezzato dalle forbici da taglio, tenute a un palmo dalla guancia alla stessa maniera in cui un pilota di Formula Uno esibisce la coppa. Le forbici sono il segno di un’identità, contengono il segreto per cui un’intuizione apparentemente semplice, come può essere stata l’idea che sta all’origine di quest’azienda, si rivelerà in tutta la sua portata rivoluzionaria. Bisogna risalire al 1968 per vederla germinare. Fino ad allora Ciro Paone lavorava come mercante di tessuti pregiati, soprattutto inglesi e scozzesi, con cui riforniva le più rinomate sartorie di Italia e di Europa. Poi qualcosa è accaduto a modificare le sue rotte professionali e, complice forse il passaggio a una tipologia di clienti sempre più indirizzati per la produzione di vestiti in serie, ha deciso di consorziare i migliori sarti di Napoli sotto un’unica insegna, la sua, in una società che aveva sede alla periferia nord della città, non lontana dall’attuale edificio di Arzano dove successivamente, nel 1990, si è trasferita. Il marchio Kiton è nato all’incrocio fra un solido legame familiare con il settore tessile (l’azienda ancora oggi conserva un assetto societario controllato dalla famiglia Paone) e l’interpretazione moderna di una tradizione sartoriale. Il nome discende dal termine “chitone”, com’era chiamata la tunica di stoffa in uso nell’antica Grecia, ma non si tratta di un semplice procedimento di derivazione giacché, per passare da chitone a Kiton, si è reso necessario apportare qualche modifica nelle lettere, modernizzarle, farle diventare internazionali. Fosse rimasto nella lezione originaria, avrebbe dichiarato un legame accentuato con un Mediterraneo in cui Napoli è così tanto coinvolta nel gusto da non poter aspirare invece a quel tipo di clientela a cui Ciro Paone desiderava giungessero i capispalla prodotti sotto la sua etichetta.

La conquista di una platea internazionale, l’aspirazione a parlare il linguaggio del jet set sono fattori che determinano in modo inequivocabile la maniera d’essere impresa, il partecipare alla ruota scintillante del bel mondo senza che nulla manchi alla trasparenza del bello. È questa l’atmosfera che si coglie nella hall, dove capita di imbattersi in ospiti della cosiddetta “esperienza Kiton”: clienti affezionati o potenziali, persone che magari si aggirano in incognito e trascorrono parte del loro tempo a contatto con i laboratori per il solo obiettivo di osservare e comprendere i segreti dell’arte manifatturiera. La stessa atmosfera trapela quando si esaminano le rifiniture di una giacca che hanno perduto determinate caratteristiche tecniche (per esempio la ribattitura degli orli un tempo ostentava una ricercatezza che bisognava “denapoletanizzare”) oppure quando si percorre a piedi la galleria costruita nel 2000, una lunga passarella a vetri che collega l’ingresso con la zona dove si trovano i vari laboratori: uno per i capispalla, un altro per la camiceria, un altro ancora per i pantaloni, per l’abbigliamento da donna e, dal 2003, anche per le scarpe. Su questa passerella, chiusi sotto teche, sono conservati alcuni abiti del Duca di Windsor, che Ciro Paone ha acquistato a un’asta da Sotheby’s, a Londra: la tenuta da golf, il kit scozzese, il frac matrimoniale…

Non è un’esibizione di gusto, ma una dichiarazione di poetica: un completo pied de poule ha il valore di un’opera d’arte e non ci si veste per esibire un lusso, ma per vivere dentro la cornice di ciò che è raffinato. È la regola base di questa manifattura: arredare i corridoi o gli ammezzati delle scale con vasi, quadri, sculture aiuta ad alzare di livello la qualità del lavoro. Ma permette anche di dichiarare a quale raffinato gradino di sperimentalismi ci si trova girando nell’edificio e come sia invisibile quella marca di confine tra creatività e routine, tra laboratorio e bottega, dove, per raggiungere l’eccellenza, è richiesta una tale professionalità da rendere necessaria l’attivazione di una scuola sartoriale, frequentata da giovani apprendisti che appartengono alla fascia d’età dai 16 ai 19 anni. Molti di loro, i più valenti, entreranno a far parte della grande famiglia Kiton: 800 dipendenti, di cui la metà a Napoli, gli altri 400 divisi tra la giubbotteria di Collecchio e il maglificio di Fidenza, in provincia di Parma. Non basta saper maneggiare aghi e forbici per frequentare un mestiere antico come il mondo. Ci vuole studio, pazienza, sapere tramandato di gesto in gesto. Anche questo vuol dire vivere l’esperienza Kiton, essere cioè un’organizzazione industriale ma con caratteri marcatamente artigianali. Tutto qui è fatto a mano, perfino le asole che devono fermare i bottoni o le ribattiture sui filetti delle tasche. Gli operai non sono operai, ma sarti che collaborano fra loro, gomito a gomito, alla creazione di capi di alta qualità senza ricorrere ad alcun tipo di macchina, nemmeno le comuni Singer che usiamo tenere nelle nostre case. Muovono ago e filo come bacchette da direttori d’orchestra. Si aggirano con i metri intorno al collo, fissano i cartamodelli sulle stoffe, tirano linee con il gesso rettangolare, poi cominciano il severissimo esercizio del taglio. Una giacca di pregio comincia la sua strada nella parte più lontana del grande laboratorio e facilmente si riescono a distinguere i vari passaggi dalla stoffa all’abito confezionato secondo le diverse mansioni che si svolgono sui tavoli: quelli adatti al disegno, circondati da una serie infinita di grucce a cui stanno appesi i cartamodelli, quelli dove si taglia, quelli per la creazione delle tasche, fino ad arrivare agli ultimi, i più vicini alle vetrate d’ingresso, dove il capo d’abbigliamento giunge per le ultime rifiniture.

La geometria dei tavoli restituisce la sensazione di un rigore tayloristico in un contesto dove sembrerebbe richiesto soltanto l’estro. Non è così e non è soltanto questione di numeri. Un rapido colpo d’occhio suggerisce che i tavoli potrebbero sfiorare le centinaia e da ognuno di essi pendono scampoli inutilizzati, scarti finiti a terra, che assomigliano ai resti di un’antica battaglia. È soprattutto un discorso di ordine, di disciplina. I tavoli, infatti, si trovano uno in fila all’altro, distinti in base all’altezza tra quelli a cui i sarti si accostano stando in piedi e quelli dove attendono ai lavori di cucito stando seduti, nella tipica posa che li accomuna da che mondo è mondo, cioè poggiando il capo di stoffa sull’interno coscia della gamba accavallata grazie alle virtù di quel muscolo che gli anatomisti chiamano sartorio, il più lungo del nostro corpo. Basterebbe chiudere gli occhi per immaginare che abiti e soprabiti si alzino in volo spostandosi come in una danza di fantasmi e magari sognare anche di trascorrere una notte qua dentro, nell’enorme sala del laboratorio, solo per assistere all’invisibile sfilata di giacche e cappotti in partenza per i più lontani angoli della Terra. Anche in questo si distingue Kiton con i suoi travelling tailors, i sarti viaggianti, capaci di raggiungere clienti in una qualsiasi parte del mondo. Basta una telefonata e partono con matita, taccuino e centimetro. Prendono le misure, tornano alla base, preparano l’abito per la prova. Passare in mezzo ai tavoli del laboratorio, contemplare i bottoni, gli occhielli, le trame dei tessuti, può essere un modo per partecipare di quei destini alati e provare il gioco dell’indovinello: chi indosserà questi capi e in quale parte di mondo vive?

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