Violante, tre errori nell'esercizio del potere

Violante, tre errori nell'esercizio del potere

Violante, tre errori nell’esercizio del potere

L’incipit del libro di Luciano Violante, Insegna Creonte: tre errori nell’esercizio del Potere, Il Mulino, Bologna, 2021, p. 157, "l’errore occupa uno spazio centrale nella politica" ne testimonia già lo spirito.

Alla luce della sua lunghissima esperienza, Luciano Violante - che scrive da una posizione ‘fuori dalla politica", e la breve autobiografia delle pagine della prefazione lo conferma – vuole darci qualche avvertimento.

Su cosa? Su quello che accade quando ci si muove in un terreno accidentato come quello della ‘cosa pubblica’: vasto, pieno di trappole, in cui la lotta, può dirsi, è a chi sbaglia meno, a chi scopre prima gli errori degli altri. Perchè - inutile illudersi, e la storia dell’intervento pubblico nel Mezzogiorno ne è uno degli esempi più chiari – l’errore è ‘dentro’ le scelte della politica.

Ed e? con questo spirito pedagogico e costruttivo, che Violante ci porta sui tre errori che considera capitali in ogni vicenda politica: quello di aprire conflitti che non si è poi capaci di governare; quello di sopravvalutare le proprie capacità; quello, infine, di essere arroganti, di non accettare il ‘ripensamento’. Tre errori, ce lo dice lo stesso autore, che hanno una evidente matrice comune: quell’illusione di onnipotenza, quella convinzione dell’impossibilità di errore, che è una vera e propria bolla in cui, a grande distanza dai cittadini e dalla realtà, si muovono i politici.

E, allora, come evitare questo effetto-bolla, come curare questo vero e proprio “morbo della politica”? Gli ingredienti sono sono individuati con chiarezza: conoscenza, rispetto e coraggio. E, quindi, innanzitutto, formazione politica nel senso più alto del termine: culturale e istituzionale, prim’ancora che politica. Insieme alla formazione, cruciale è anche la riqualificazione di partiti politici in profonda difficoltà: perchè dal 1994 alla ricerca del “dovere della rappresentanza” e perchè immersi in un continuo presente in cui “prevale la sopravvivenza (...) e la dimensione puramente quotidiana”, in cui non è più chiara la differenza che esiste “tra riformisti, che promettono le riforme, e riformatori che, invece, le fanno”. Forte e?, invece, il bisogno di partiti guidati da leader che riprendano quel ruolo e quella funzione “di orientamento e di guida”, sono le parole di Aldo Moro, anche partendo dai comportamenti: dal dialogo, dal confronto con i migliori, dal compromesso come valore. Leader che superino il ‘test Antigone’, quello delineato in una delle frasi più belle della tragedia di Sofocle: “è impossibile conoscere a fondo anima, pensiero, intendimenti di un uomo prima che abbia dato pubblica prova di sè”.

Il libro – ed è qui, oltre al titolo, molta della sua eleganza - dipana, infatti, la sua riflessione proprio a partire dal conflitto tra Antigone e, appunto, Creonte. Un confronto avviato dall’atto di disubbidienza di Antigone – che, violando le leggi di Tebe, dà sepoltura al fratello Polinice - ed è imperniato su dualismi progressivamente incompatibili, che portano ad una radicalizzazione dello scontro tra i due e, di lì, alla tragedia finale.

Ma se il riferimento mitologico è lo scheletro dello scritto di Violante, attorno ad esso c’è, poi, la ‘carne’ della vita politica vissuta o studiata, che riconduce ognuno dei tre errori ad atti e fatti.

E così se l’esempio positivo per evitare l’esasperazione del conflitto è la scelta di Lord Mountbatten, nell’India del 1947, di abbandonare la strada della contrapposizione e concedere l’indipendenza, quello negativo è il movimento Black lives matter che ‘scappa di mano’ ad un’autorità incapace di trovare un contrappeso altrettanto coinvolgente dal punto di vista emotivo. Proprio come Creonte è incapace di parlare ai Tebani e spiegare, arrivando al loro cuore, perchè Eteocle e Polinice debbano essere trattati in maniera diversa, perchè il suo editto serva a salvare la città. Proprio come quando non si riesce a gestire in maniera intelligente le possibilità di uscita dal conflitto, quando non si riesce a ricondurre la disputa alle sue ragioni originarie, quando ci si trincera dietro il solo principio di autorità.

Per quanto riguarda la sopravalutazione di sè stessi – uno degli errori più frequenti della classe politica – Violante partendo da Creonte che non riesce a vedere, proprio per supponenza, la tragedia che sta per sconvolgere la sua vita, arriva sino George Bush jr, che porta il proprio Paese in guerra contro l’Iraq sopravalutando la minaccia di Saddam. Il tutto passando da due esempi a noi vicini delle due forme, complementari, di supponenza: quella di ‘sopravalutazione di sè stesso’ di Matteo Renzi nella gestione del referendum del 2016; quella di ‘sottovalutazione dell’avversario’ di Matteo Salvini, nell’estate del 2019, quella passata alle cronache per i ‘fatti’ del Papeete.

Ed invece, per il terzo peccato politico – l’arroganza che sconfina nell’ira, nella rabbia, nell’ostinazione nell’errore – l’autore scomoda Luigi XIV e l’ira contro il potentissimo Sovrintendente alle Finanze Nicolas Fouquet, Napoleone e le sue reazioni nei confronti di Talleyrand. Sono solo alcuni esempi di quanto si può trovare in questo libro ‘misto’: in cui ci sono ricordi e ‘consigli’ sul campo del Violante politico e del Violante magistrato; ci sono personalità della storia e miti che, seppur mai avvenuti, “sono sempre”; ci sono letterati insieme a personaggi letterari.

Ed il risultato, non suoni riduttivo, è un prezioso e colto vademecum per chi esercita funzioni pubbliche e vuole diminuire le possibilità di errore e, d’altra parte, ‘sbagliare meglio’. Una vera e propria ‘guida al ruolo’, che va tenuta sempre presente: sia da chi ha ruoli pubblici sia da chi vota per scegliere tra quelli che a quei ruoli aspirano.

Recensione a cura di Gian Paolo Manzella, Consigliere d'Amministrazione SVIMEZ

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